Come scrivere contenuti per Google
Come scrivere contenuti per Google

Gli autori di successo sanno che la prima riga di qualsiasi pezzo deve essere forte abbastanza da catturare l’attenzione del lettore, altrimenti nessuno continuerà a leggerlo.

Così Stephen Kenwright (Search Engine Watch) introduce i suoi consigli per scrivere contenuto che piaccia a Google.

I copywriter oggi, a differenza di Mark Twain ieri, scrive Kenwright, devono lottare con la frequenza di rimbalzo, le penalizzazioni algoritmiche e, tra queste, il temibile Panda progettato per colpire contenuto scadente e con nessun valore aggiunto.

Inoltre il principale concorrente del seo-copywriter non è Google, ma quei giornalisti qualificati e di successo che supportano molti grandi brand.

La chiave quindi non è solo tecnica (accessibilità, redirect, etc.), ma applicare alcuni principi base del giornalismo al tuo modo di scrivere e assicurarti di creare contenuto che aggiunga il massimo valore ai tuoi utenti.

La piramide invertita

Una regola classica della composizione giornalistica è quella definita della “piramide inversa”.

In cima devono stare le informazioni più notiziabili, mentre tutte le altre informazioni seguono in ordine di importanza, fino a quella meno importante di tutte.

Così la zona di layout della prima schermata (“Above the fold”) può essere utilizzata per catturare l’attenzione dell’utente: i link che compaiono per primi in alto nel codice sono quelli che raccolgono i voti migliori, perché Googlebot, come l’utente, legge la tua pagina dall’alto verso il basso.

Se la pagina che vuoi posizionare per prima ha un link nella parte più alta del codice, anche le informazioni che devono colpire l’attenzione devono stare in alto.

In termini pratici, scrive Kenwright, quanto spesso continui a leggere un articolo che apre con: “Content is King”?
Un apertura così banale non spiega quale valore la pagina aggiunge all’utente ed è facile al rimbalzo.

Come Google legge un testo

Per lungo tempo è stata considerata una buona pratica di ottimizzazione mettere le keywords più importanti all’inizio del title tag.

Il motivo, spiega Kenwright, è che Googlebot legge un testo da sinistra verso destra, nello stesso modo in cui lo farebbe l’utente (non semita).

Nel lontano 2006, Jakob Nielsen ha dimostrato con un studio di eye-tracking (ovvero dei movimenti degli occhi dell’utente sullo schermo), che gli utenti scorrono il video lasciando una traccia che ha la forma della F.

Nelle sue conclusioni scrive che le informazioni più importanti nei contenuti sul web devono essere presentate nei primi due paragrafi e non oltre.

Questo si lega anche con il motivo per cui molti considerano migliore una posizione tra il titolo e l’inizio del pezzo per i pulsanti di condivisione.

Peccato che come richiamo all’azione (CtA) una condivisione sociale sia a basso rischio e con una bella targa a corredo (“Guarda in quanti mi leggono…”).

Secondo David Ogilvy, su 5 persone che leggono un titolo, solo una legge anche il resto dell’articolo. Questo significa che quando hai scritto un titolo hai già compiuto l’80% dello sforzo.

Dobbiamo incominciare a pensare ai titoli, nello stesso modo in cui i giornalisti pensano alle loro aperture.

Anche Google infatti tronca i titoli delle pagine nei suoi risultati, proprio perché l’utente non ha la pazienza di guardare più lontano di 512 pixel.

Se dai ai tuoi contenuti titoli ben ottimizzati non solo aumenterai il click-trough dalle SERP, ma anche il tempo che l’utente spenderà sulla tua pagina, una volta atterrato.

Il Title tag è un fattore di ranking per Google proprio perché aiuta a determinare la rilevanza di un contenuto che segue, così come potrebbe aiutare anche l’utente in carne ed ossa sulla pagina.

Se il titolo ha attirato l’utente da una ricerca, ma il resto del pezzo non è all’altezza della promessa nelle prime due righe di contenuto, quell’utente rimbalzerà.

La frequenza di rimbalzo è una metrica molto significativa e comunemente sottovalutata dai webmaster: le visualizzazioni di pagina, ad esempio, non sono direttamente legate al posizionamento su Google oppure ad una vulnerabilità rilevata durante la corsa del Panda. La frequenza di rimbalzo invece  è un buon indicatore (utilizzato anche da Google) ed è strettamente legata al posizionamento nella ricerca.

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