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Google Hummingbird e i segnali sociali

Hummingbird e i segnali sociali
Hummingbird e i segnali sociali

Hummingbird e i segnali sociali

Due titani della SEO a confronto, Danny Sullivan e Eric Enge, discutono di Google Hummingbird e di come il colibrì sia estremamente ben predisposto di fronte ai cosiddetti “segnali sociali“: non la proliferazione in se di post su facebook, linkedin, twitter, google+, pinterest e il resto della galassia, ma il numero dei rimbalzi ovvero dei likes e dei re-tweet di un determinato link.

Secondo Sullivan, Hummingbird è nato proprio per correggere alcuni difetti dell’algoritmo di Google, proprio nella considerazione dei social signals come fattore di posizionamento: adesso Google avrebbe l’infrastruttura pronta per elaborare nel migliore dei modi questi segnali.

La dimostrazione di questo sarebbe nel fatto che i link condivisi su Google+ fino a qualche mese fa non avevano un impatto diretto sul ranking: da un mese a questa parte, invece, si incominciano a notare segnali positivi.

Nel video che vi mostriamo, Danny Sullivan, spiega i fondamenti e l’evoluzione dell’algoritmo di Google usando un’analogia con il sistema di voto negli Stati Uniti, nei primi anni dell’Unione, dove per votare era necessario essere maschi, bianchi e proprietari di terre. Con il tempo poi il voto è stato aperto anche alle altre razze e alle donne e il progresso è continuato fino a quando ogni cittadino con almeno 18 anni di età ha avuto il diritto di votare.

Secondo Sullivan i voti sono i links: storicamente la SEO è stata guidata dai links. Gli equivalenti dei proprietari bianchi maschi che erano gli unici ad avere diritto di voto. Nel web, se vuoi creare un link, devi essere il proprietario di un sito web. Sicuramente non è un’investimento oneroso, quanto l’acquisto di un appezzamento di terreno, ma potrebbe diventarlo (quanto meno in termini di tempo), così come aprire e mantenere un account sui social media.

Google, spiega Sullivan, userà i segnali sociali come un fattore di posizionamento in un prossimo futuro.

In un prossimo futuro significa che non li sta utilizzando ancora, o meglio in modo non ancora troppo estensivo. Lo faranno sicuramente in futuro, ma “viviamo in un mondo di spam” e Google continuerà comunque a tutelare i suoi utenti contro questo flagello.
Per quanto riguarda i social media, ad esempio, ci sono alcuni voti che devono essere sottratti dal computo: non è una buona cosa dare il voto a se stessi… Poi ci sono voti che possono contare più di altri
Se tu hai qualcuno che è riconosciuto come un massimo esperto su un determinato argomento e questo pensa che sia stato creato contenuto azzeccato su questo argomento, la sua opinione deve contare molto di più rispetto a quella di un utente inesperto nella materia. L’algoritmo di Google basato sui link operava questo tipo di selezione e la stessa logica sarà applicata sui segnali sociali.

Ricordatevi, dice Sullivan, che i link sono stati il primo banco di prova di una costruzione “sociale”: erano appunto i voti assegnati ai contenuti migliori dai proprietari bianchi e maschi. Nell’algoritmo originale di Google, il pagerank era un indicatore per individuare, attraverso i contenuti più citati, gli “esperti in materia”, e un link, da una pagina con un alto pagerank, contava di più di quello da una pagina di basso pagerank. Poi l’algoritmo si è evoluto prendendo in considerazione non solo il numero dei link ma anche la loro rilevanza.

Nel mondo dei social media gli esperti in materia possono essere riconosciuti attraverso le citazioni, le condivisioni, i likes e i re-tweet.
Ma il voto sui social networks richiede meno sforzo e meno impegno. Di sicuro un mondo nel quale possano votare solo alcune persone non è troppo democratico, ma la realtà è che il voto attraverso i link richiede molto più impegno e molti più sforzi di quanto non li richieda la condivisione sociale del contenuto.

I segnali dai social media non sono impegnativi: il proprietario di un sito web ha una reputazione da difendere. Se collega il suo sito ad una centrale operativa dello spam affiliato, soffrirà sia la sua reputazione sia il suo pubblico di riferimento. Lo stesso potrebbe essere vero anche per una presenza sui social media, ma la differenza sta nel fatto che una condivisione sul sito di un social networks viene spazzata via anche dopo pochi minuti, mentre un link su un sito è un oggetto statico, finchè non viene rimosso da chi lo ha pubblicato.

In entrambi gli scenari ci potrebbero essere dei buoni incentivi per non creare link verso contenuto orripilante, ma il vero problema è nella zona grigia: quanto tempo impiegate per valutare un contenuto prima di condividerlo sui social media? Se vi sembra carino, ma siete di fretta, vi fermate un minuto di più per leggerlo con attenzione? Può essere che il desiderio di essere i primi a condividerlo, potrebbe prevalere sull’ultima briciola di cautela?

Sono proprio queste domande a portare Eric Enge a questo tipo di valutazione: i segnali sociali e i segnali provenienti dai link sono voti con peso diverso e, in entrambe i casi, sono pesati in funzione dell’autorevolezza della persona, del marchio o del blogger che vota il contenuto.