Google Sandbox
Google Sandbox

Il termine corretto nella SEO di lingua italiana è “quarantena“, ma la traduzione letterale di sandbox è molto più efficace e, soprattutto, divertente: buca nella sabbia.

In una sandbox si può cadere correndo sulla spiaggia, anche se – in realtà – è da quella buca che tutti i siti nascono, crescono e a volte muoiono: ma se i direttori dell’orchestra SEO non sbagliano l’attacco e conducono la sinfonia alla perfezione, diventano fenomeni di carattere nazionale oppure mondiale.

Fuori di metafora, una sandbox è, a tutti gli effetti, un periodo di quarantena: ovvero quel lasso di tempo, come lo descrive Bill Belew (Search Engine Journal), in un cui il titolare di un nuovo sito web aggiunge contenuto, alimenta il suo blog, ma ancora non riesce a farsi notare dai motori di ricerca. Il sito è ancora in fase embrionale ma, appunto, impantanato nella sabbia.

La pubblicistica sulla sandbox è scarsa: sono pochi gli esperti SEO che ne parlano e che decidono di condividere le loro esperienze. Nei confronti del cliente finale potrebbe risultare il preludio di un fallimento e invece si tratta di un periodo assolutamente normale e piuttosto frequente.

Belew cita alcuni suoi esempi, ma anche da queste parti è capitato e, vi posso garantire, che quando il piccolo fa il balzo che deve fare, fuori dalla sabbia, è una bella emozione.

Il periodo di quarantena è variabile: la finestra più piccola in genere dura un paio di mesi, ma a volte può prolungarsi fino a sei mesi.

In realtà non è detto che tutti i nuovi siti web debbano subire un periodo di gestazione, nelle profondità del deserto californiano: un sito con contenuti di nicchia estrema (es. una collezione di campanelli da mucca) e senza troppa concorrenza sulle SERP può essere indicizzato in tempi molto rapidi: 10-15 giorni se linkato da una buona directory, ovvero senza spam e con un PageRank di medio livello (da PR3 in su).

La quarantena invece è tipica dei siti con contenuti molto inflazionati e con un alto livello di concorrenza nelle pagine dei risultati.

Esiste una leggenda secondo cui questo fenomeno sia nato casualmente, quasi l’effetto di un bug nell’algoritmo di Google, per cui nessun ingegnere di Mountain View ha voluto poi trovare una soluzione. Personalmente preferisco le leggende narrate nei romanzi alle stronzate citate come notizie…

Quello che posso dirti, sullo spunto che mi ha dato Belew, è che anch’io ho avuto a che fare con le sabbie del deserto di Google: proprio mentre ero ancora junior e alle prime armi.

Una delle mie prime esperienze nella sandbox, circa dodici anni fa, fu con un sito di un agenzia di modelle: puoi immaginare il livello di concorrenza spietato con cui mi sono misurato… Dopo aver sistemato ogni possibile problema di accessibilità e aver trovato link adeguati, ho dovuto attendere circa 5 mesi prima di un flebile segnale da Google (mentre il cliente cominciava a dubitare delle mie capacità), poi – quasi allo scadere dei sei mesi (che era anche la deadline massima imposta dallo stesso cliente) – un miracolo inatteso: la sesta posizione nelle SERP!

Questo sito esiste ancora oggi e lo puoi raggiungere dalla “hall of fame” di questo blog: non lo dico per falsa modestia (infatti modesto non lo sono mai stato), ma si tratta di un ottimo esempio a dimostrazione che, se è fatta bene, la SEO può durare in eterno (o finche durano i contenuti on line).

Se la sandbox dura oltre i sei mesi, non si tratta più di una quarantena e devi incominciare a porti qualche domanda:
– la prima ovviamente sarà un’imprecazione nei confronti di chi ti ha insegnato i primi rudimenti di SEO. Infatti non ti ha spiegato che almeno un link dall’esterno te lo devi guadagnare… Altrimenti come ti trova lo spider?!
– la seconda (dopo aver ripreso il controllo delle tue emozioni) dovrebbe essere sulle impostazioni del robots.txt. Mi sono capitati diversi casi di clienti “fai da te” che avevano impostato un Disallow: / convinti che fosse il segnale di rubinetto aperto… Se per caso hai dei dubbi sul robots.txt, meglio lasciare stare e non caricarlo nemmeno!
– la terza (ma è un caso più unico che raro) potrebbe avere a che fare con il Panda: contenuto pessimo, allitterazioni, keywords stuffing non sono un buon modo per presentarsi nella società dei search engine.

E tu, che esperienze hai avuto nelle sandbox? Questo non è un gruppo di auto-aiuto per chi si è impantanato nella sabbia, ma se hai un’esperienza da condividere… sentiti libero di farlo!

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