Come sopravvivere al link building nel 2014
Come sopravvivere al link building nel 2014

E se domani venisse arrestato un professionista SEO per link building scorretto?

No, non è ancora successo, ma potrebbe essere la prossima notizia da prima pagina. Soprattutto se si considera come Google abbia considerato il link building nel 2013: al limite dell’illegalità (nella giustizia di Mountain View, ovviamente).

Sei ancora confuso su cosa fare/non fare per compiacere Big G ed evitare penalizzazioni? Ancora una volta è Eric Enge (Search Engine Watch), guru del settore e autore del celebre The Art of Seo, a riassumere in un utilissimo vademecum  i comportamenti corretti, evidenziando quelli scorretti, e riproponendo – prima di tutto – un breve excursus storico sulla posizione di Google a proposito di link building.

Breve storia di Google e del link building

  1. L’ultima scioccante rivelazione di Google è stata la ormai nota dichiarazione di Matt Cutts del 20 gennaio scorso, in cui il capo della squadra antispam di Google scriveva: “il guest blogging è morto”. Ma tu, che sei ancora vivo, dovresti ben saperlo, perché ne abbiamo parlato a lungo. Per chi se lo fosse perso, Cutts si è scagliato contro coloro che fanno guest blogging solo per guadagnare link, senza preoccuparsi di attinenza nei contenuti (tra il blogger e il blog ospite) o di utilità delle informazioni fornite ai lettori.
    Ma davvero è stata una dichiarazione inaspettata da parte di Matt?
  2. Già il 12 agosto 2013 Matt Cutts aveva consigliato di non usare widgets e infografiche come modo primario per avere link. “In widget e infografiche è meglio mettere un link nofollow, perché molte persone che copiano e incollano un pezzo di codice non ne capiscono bene tutti i meccanismi, e potrebbero copiare un link al tuo sito senza volerlo, solo perché è inserito nel widget, senza che vogliano davvero linkarti” aveva detto Matt, concludendo che “il link in un widget non ha lo stesso peso di un link da parte di qualcuno che parla del nostro prodotto o servizio in un proprio editoriale”.
  3. Pochi giorni prima, il 26 luglio 2013, Google aveva aggiornato la voce “Link schemes” nelle Webmaster Guidelines, iniziando a mettere qualche freno a guest blogging e compravendita di link. Tra le pratiche di link-scheming sono rientrati anche:-        Articoli o blog con anchor text troppo ricchi di parole chiave.
    –        Link ricchi di parole chiave nascosti nei widgets.
  4. Infine, Enge ricorda un’intervista fatta a Matt Cutts poco più di un anno prima, il 9 luglio 2012. Enge aveva fatto notare che molte persone, già allora, pensavano ai link come a qualcosa da tirare fuori dagli “angoli oscuri del web” (leggi: siti spam che vendono link a pagamento), senza curarsi dei buoni contenuti. Matt aveva confermato. “È vero. Le persone si concentrano sulle cose sbagliate. Questo fa considerare i link come l’obiettivo finale. Ma è importante pensare a produrre qualcosa di eccellente, prima”.

Insomma, gli ingredienti per la penalizzazione del link-building selvaggio c’erano tutti già da anni. Solo che, oggi, Google li ha messi in pratica.

A cosa porta un link-building scorretto

Come Google può colpire il tuo sito, se usa pratiche scorrette di link building? Per Enge ci sono almeno tre modi:

1) Lo scopre l’Algoritmo. E in questo caso sei automaticamente penalizzato

2) Qualcuno lo dice a Google. E se Google ci guarda, presto scoprirà se hai usato pratiche di link scheming, caso in cui ti penalizzerà manualmente (come è già successo di recente in Francia, Germania e Polonia);

3) Qualcuno lo dice pubblicamente, per esempio scrivendolo su un blog. In questo caso Google è quasi obbligato a guardare il tuo sito e a penalizzarlo. Ed è la cosa peggiore, perché sarai sputtanato in mondovisione.

Il quarto problema, purtroppo irrisolvibile, è che Google è più potente di te e il suo obiettivo principale non è tutelarti, ma aumentare la soddisfazione media dei suoi utenti. Mettiamo che Google voglia lanciare un nuovo algoritmo per penalizzare un certo metodo di link building: fa dei test e non ottiene dei falsi positivi (per esempio, nessun grande brand viene toccato). Quindi lancia l’algoritmo. Peccato che il metodo che stai usando tu sia proprio l’ultimo tipo penalizzato da Big G, e il tuo sito scompare dai risultati di ricerca.

Cosa puoi fare? Niente, purtroppo. Mentre negli altri 3 casi l’errore è tuo, in questo caso dipende da Google, ma l’azienda di Mountain View non ti chiederà scusa. “Devi imparare a non prendere le cose troppo alla lettera, ma riuscire ad evitare la rete” dice Enge. In altre parole, evitare quei tipi di pratica che potrebbero causare – anche se ancora non causano – penalizzazioni di Big G.

Il link building corretto

La verità è che esiste un modo giusto (leggi: privo di penalizzazioni) per fare link-building, ma richiede un cambiamento di mentalità. Ovvero, mettere al centro il brand. Il tuo obiettivo deve essere costruire il brand e la tua reputazione online, prima di pensare a costruire link, magari comprandoli al mercato nero. Ti sembra un concetto troppo teorico? Da bravo teutonico, Enge fornisce cinque utili consigli pratici nella forma di cinque domande da porsi per sapere se si sta andando nella direzione giusta.

  1. Avresti costruito quel link se Google e Bing non fossero esistiti?
  2. Se avessi solo 2 minuti con un cliente, e dovessi per forza mostrargli degli esempi casuali di link building, gli mostreresti i link che hai costruito per altri? O saresti imbarazzato?
  3. La persona che ti ha linkato lo voleva veramente? Questo è il problema che presentano widget e infografiche, di cui ho parlato prima.
  4. Devi costruirti un discorso per giustificare il fatto che un link sia un buon link? I link veramente buoni non hanno bisogno di giustificazioni.
  5. Un utente, vedendo il link alla tua pagina, sarebbe invogliato a cliccarlo per saperne di più sulla tua azienda e forse diventare un futuro cliente?

Insomma, il contenuto è sempre assolutamente centrale per qualsiasi campagna di link building. Ora che sai come la pensa Google, cosa ti aspetta se infrangi le regole e come fare per rigare dritto, non hai più scuse…
Certo, Google non arresta nessuno (nessun manager di Expedia è mai stato infatti tradotto a Guantanamo), ma la forza della sua comunicazione quando decide di far esplodere una rete di link… non è certo più dolce!

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