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Panda, Pinguino e SEO: e se fosse tutta propaganda ?! Una sveglia per esperti e consulenti

Google è un buon maestro?
Google è un cattivo maestro?

Google è un cattivo maestro?

Capita di rado, ultimamente, di ascoltare voci fuori dal coro.
Si può essere d’accordo, si può dissentire, ma – quando capita – ha lo stesso effetto di una cascata di acqua fresca e Rae Hoffman, veterana del marketing e autrice del blog Sugarrae, mi ha veramente stupito…

Con un pizzico di acidità, forse un velato risentimento, affronta BigG a muso duro svelando i problemi e le contraddizioni di Google e dei suoi algoritmi.

Per cominciare, si chiede la Hoffman, quand’è che Google penalizza una tattica di marketing ?

“Quando è applicabile su larga scala e Google non è più in grado di controllarla”. Ecco perché Big G ha incoraggiato per anni il link building come strumento per guadagnare ranking e ora, che è un metodo sputtanato e sfuggito al suo controllo, ha scatenato una vera e propria “caccia alle streghe” contro chi usa i link in modo scorretto.

La campagna del terrore di solito si svolge così: un grande brand viene messo sulla graticola, si scusa, dice che non sapeva di aver pagato per i link al suo sito e viene riabilitato nel giro di una o due settimane (vedi caso Rap Genius). Poi il passaparola di ciò che è successo si diffonde sul web, scatenando allarme e paura tra i webmaster (nonché una pioggia di link disabilitati e di guest post cancellati).

Per lo meno, possiamo essere tutti sicuri che i siti penalizzati abbiano VERAMENTE pagato per comprare dei link, fatto guest blogging selvaggio, siano insomma dei siti di disonesto spamming, giusto? Sbagliato.

Il problema del Pinguino

La prima verità della Hoffman su Google è che non ha un modo per sapere quali siti sono spammer e quali no. Infatti il Pinguino (algoritmo che penalizza i siti per link non naturali) non colpisce solo i siti “cattivi”, ma anche quelli “buoni” collegati da link a quelli “cattivi”. E il problema è che spesso questi link neanche li hai voluti, o non sai che ci siano.

Per decidere che un sito è spam, Big G si basa sul numero di “disavow” che riceve, ovvero l’opzione “rifiuta link” che si trova negli Strumenti per Webmaster e che permette di disabilitare i low-quality links che puntano al tuo sito. Il problema è che a volte i webmaster scelgono questa opzione non perché i siti di origine siano spam, ma perché:

–        Hanno degli anchor text troppo ricchi di keywords (fattore di penalizzazione)

–        Parlano di un prodotto o servizio in un modo che il webmaster non approva;

–        Fanno guest posting (fattore di penalizzazione, soprattutto dopo le ultime dichiarazioni di Cutts)

In pratica il tuo sito può rischiare di finire nel libro nero del Pinguino solo perché i tuoi link sono stati rifiutati dai siti di destinazione. È come se tuo padre (Google) volesse punirti per delle cose che i tuoi amici hanno fatto negli ultimi anni di vita. E ti lasciasse in castigo finché tu non confessi quale dei tuoi amici si è comportato male, per mandarlo via. Quando protesti e dici che questo non è giusto, tuo padre ti ricorda che se vuoi puoi cambiare casa e regole. Questo ovviamente non è vero, perché ci sono sì altri motori di ricerca, ma Google controlla il mercato e non può essere ignorato dai webmaster.

Il problema del Panda

Ed ecco la seconda verità: Google può sbagliare nel decidere chi ha copiato da chi. Ci sono casi in cui il Panda (algoritmo che colpisce i contenuti duplicati) ha sbagliato ad attribuire la paternità dei contenuti stessi, penalizzando il sito d’origine invece che il copiatore. Google dà maggiore credibilità ai siti che esistono da più tempo, che hanno migliori link e che appartengono a grandi compagnie. Quindi se scrivi un contenuto che viene copiato da Amazon senza citarti come fonte, rassegnati: vincerà Amazon e tu sarai accusato di spam.

È come se tu, webmaster/alunno, venissi penalizzato dall’insegnante (Google) perché qualcun altro ti ha copiato, che tu lo sapessi o no, solo perché sei considerato uno studente di serie B.

La legge è uguale per tutti (ma non per Google)

Ai problemi degli algoritmi di Google si aggiunge il fatto che Google è il primo a non rispettare le sue stesse linee guida: predica bene ma razzola male. La Hoffman porta diversi esempi:

–        Google dice ai siti di recensioni di non riportare solo le informazioni relative all’attività, senza le opinioni originali degli utenti che devono essere indicizzate da Google. Invece in Google+ Local vengono raccolte informazioni da altri siti di recensioni e le rendono disponibili senza alcun contenuto originale.

–        Google dice ai blogger che recensiscono vari prodotti di linkare il sito dell’azienda in modo “nofollow”. Ma quando ha distribuito tra i blogger migliaia di cellulari Android nel 2009, ha ottenuto in cambio migliaia di link diretti, senza nessuna penalizzazione.

–        Google dice di non poter essere responsabile dei contenuti dei video caricati su Youtube, ma poi chiede ai clienti AdSense (quelli che ospitano banner sui loro siti) di verificare la qualità dei contenuti degli inserzionisti.

–        Google dice che inserire dei link senza “nofollow” dentro ai tuoi banner commerciali è causa di penalizzazione, ma sembra che i widget di Google Maps siano esenti da questa regola (il famoso link “visualizzazione ingrandita della mappa” non è nofollow).

–        Google dice che non devi inserire anchor text ricchi senza un nofollow nei tuoi comunicati stampa o i tuoi risultati di ricerca saranno penalizzati. Ma non è stato così quando Google ha lanciato Calico e ha inserito due link sui nomi di Arthur D. Levinson e Larry Page, facendoli salire nei risultati di ricerca.

Cosa vuol dire fare SEO oggi?

Se fino a qualche anno fa SEO e link-building erano quasi sinonimi e il professionista SEO sapeva esattamente cosa fare, oggi non è più così a causa dei numerosi paletti di Google.
“Devi costruire un buon contenuto e aspettare che si diffonda in modo naturale” dice Big G. La realtà che io, te e tutti noi professionisti sappiamo che un contenuto, per quanto buono, non si diffonde da solo. E poi, se anche questo accadesse:

–        il contenuto potrebbe essere condiviso così tanto che poi sarà ripreso da un grande sito e questo (causa Panda) finirà per danneggiarmi;

–        le persone lo condividebbero con un anchor text troppo ricco e anche questo (causa Pinguino) potrà danneggiarmi;

–        potrebbero non esserci abbastanza link di qualità che puntano al mio contenuto, in rapporto ai link totali: quindi altri potenziali altri danni;

–        molti blogger con un buon pubblico potrebbero condividere il mio contenuto, ma pubblicando molti guest post linkati al mio contenuto, e quindi portarmi ancora danni:

–        potrebbe essere il post di un’immagine interessante, ma le persone la condivideranno, linkandomi come fonte e, all’orizzonte, si profileranno altri danni di natura legale.

Quindi, come uscire da questo impasse?

La Hoffman ha un’unica soluzione: smetterla con le tattiche di ogni tipo, perché non funzionano più. E cercare di costruire la reputazione del brand prima di tutto offline, prima di entrare nel mondo del web. Google pensa prima di tutto al proprio interesse e “non vuole rendere il tuo sito popolare, ma vuole indicizzare siti popolari”. Quindi, preoccupati prima di tutto di essere interessante, generare branding, generare traffico, ottenere clienti e rendere il tuo prodotto “fucking epic”.
Sii popolare e Google ti indicizzerà. E questo è l’unico modo, secondo la Hoffmann, che hai per sopravvivere al Panda e al Pinguino.

 

Una risposta.

  1. Marc ha detto:

    Davvero un articolo interessante, complimenti!

I commenti sono chiusi.