Consulenti SEO alla sbarra!
Consulenti SEO alla sbarra!

Con gli avvocati non si scherza: la negligenza consapevole si paga e, per la prima volta nella storia del web, uno studio di consulenza SEO rischia di finire davanti ad una corte distrettuale americana per aver utilizzato tecniche di black hat nel tentativo di posizionare alcuni suoi clienti sulle SERP di Google.

La causa è pubblica e in questa storia non ci sono segreti: anzi potete trovare l’intero atto di citazione riportato nell’articolo di Greg Sterling (Search Engine Land).

Uno studio legale in Michigan, Seikaly & Stewart, ha citato in giudizio il suo ex fornitore di servizi SEO, non per la mancanza di risultati nel posizionamento, piuttosto per aver “presumibilmente” utilizzato tecniche di spam in violazione delle linee guida di Google.

Sul banco degli imputati si troverà il Rainmaker Institute, specializzato – suo malgrado – in servizi di marketing per studi legali e avvocati: l’accusa rivolta è quella di aver violato consapevolmente le linee guida SEO di Google costruendo “link farm” per conto di diversi domini legali del querelante.

Non è chiaro, sostiene Sterling, se il dominio dello studio legale abbia sofferto o meno una qualche forma di penalizzazione nel posizionamento, come conseguenza delle attività di link scheming.
Questa è comunque una parte dei fatti descritti nella citazione:

“Un analisi compiuta da esperti, fin dalla conclusione del contratto, ha dimostrato come non siano stati creati link per i siti web protectyourstudent.com e seikalystewart.com. Circa 6720 link sembra che siano stati creati per il sito Oaklandbusinesslawyers.com ma, con l’eccezione di 188 link, erano tutti link privi di valore e creati con tecniche di link farming e, in molti casi, non erano diretti alle pagine web dei domini del querelante”.

Nell’atto viene poi citato l’algoritmo Pinguino, come un fatto che dimostra come le azioni dell’agenzia SEO fossero consapevolmente fraudolente: un professionista SEO, infatti non può ignorare la presenza di un algoritmo che penalizza proprio le attività di link scheming e link farming e deve mettere in conto che l’utilizzo di queste tecniche non può che danneggiare i propri clienti.

Anche se nel caso in oggetto non è prevista una specifica richiesta di danni, la vicenda rischia (si fa per dire) di diventare emblematica: in primo luogo per il sistema anglo-sassone di common law (dove il precedente giudiziario può avere lo stesso valore di una legge), in secondo luogo perché finalmente possono essere applicate alla SEO, regole che valgono più o meno per tutte le professioni, quando l’imperizia o la negligenza può causare danni.

Sono d’accordo sul fatto che l’imperizia di un SEO non è così pericolosa come quella di un medico o di un ingegnere civile: ma così come è possibile riavere indietro i soldi per un vestito fallato o per una scarpa bucata, ritengo che sia giusto essere risarciti da un presunto “esperto” SEO, se utilizza in modo consapevole (ma anche “a sua insaputa”, anzi con l’aggravante) tecniche in aperta violazione delle linee guida di Google (o di minimo buon senso).

Lasciamo agli avvocati poi determinare come e in che modalità dovrà essere risarcito il danno: restituzione della tariffa, mancato guadagno, lesione dell’onorabilità, etc. etc. La giustizia deve essere solo un buon deterrente, come i mini-video di Matt Cutts…

2 Comments

  1. Certo che con una notizia del genere non si scherza più.
    Forse Google non riesce più ad arginare le attività di SEO “creativi” e vuole bloccare sul nascere qualsiasi forma di spam.

    • Che Google faccia fatica ad arginare la “creatività” mi sembra assodato… ma adesso tra i suoi alleati potrebbe avere il sistema di giustizia civile americano!