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MyBlogGuest cade sotto l’attacco di Google: il guest blogging non è morto, ma è gravemente ferito

Matt Cutts on large guest blog network
Matt Cutts on large guest blog network

Matt Cutts on large guest blog network

Dopo l’annuncio tranchant sulla fine del guest blogging, alle parole sono seguiti i fatti: Matt Cutts, capo del Search Spam di Google, ha deciso di puntare il cannone sull’obiettivo più grosso e due giorni fa ha annunciato: “Siamo intervenuti su una grande rete di guest blog”, citando poi se stesso e il suo anatema contro gli ospiti nei blog.

La suspense è durata molto poco: il sito penalizzato è stato rapidamente scoperto, da Rae Hoffman  (CEO di PushFire), che in un tweet ha dichiarato: “Sembra che MyBlogGuest sia il vincitore, non appare sui termini del proprio brand”.

La ricerca di Google effettivamente non mente: se provate a digitare il termine MyBlogGuest non appare più alcun risultato diretto al famoso portale di guest blogging.

Nel giro di poche ore anche la diretta accusata fa outing e dichiara al mondo il proprio stato: l’accusata numero uno è una donna, dal fisico minuto ma dal carattere energico, che rivendica per se “la piena responsabilità di aver introdotto la comunità SEO al guest blogging“.

Si tratta di Ann Smarty ed è un volto noto tra gli addetti ai lavori.

Dopo aver ammesso, con la massima trasparenza e ironia di aver ricevuto una notifica di azione manuale attraverso le GWT (“nonostante MBG sia contrario ai link a pagamento, a differenza di altre piattaforme, la squadra di Matt Cutts ha deciso di penalizzarci”) ha scritto una lettera aperta ai propri sostenitori, mettendo in evidenza tutte le questioni più controverse legate alla penalizzazione.

Seguo anch’io Ann Smarty da qualche mese (per la precisione da quando ha risposto pubblicamente a Matt Cutts a proposito di guest blogging), effettivamente, il blog in questione non mi è sembrato peggio di molti altri strumenti SEO, già visti in giro.

I servizi del portale sono servizi SEO a tutti gli effetti (contenuto esclusivo, traffico profilato e link building) e non c’è nemmeno l’ombra di un tariffario per la compra vendita dei links: digita l’indirizzo esteso sul browser e controlla anche tu di persona.

Ann Smarty mette poi in evidenza come, nel messaggio di penalizzazione, Google faccia riferimento a link innaturali che puntano su MBG e non viceversa: in poche parole MBG è vittima e non carnefice.

Peccato solo che dalle parti di Mountain View, l’aria non sia quella delle grandi retromarce (modello Rap Genius): solo ieri, in risposta ad una domanda sul caso (“Utilizzo MBG e il mio sito è sceso dalla prima all’ottava posizione, fino alla ventesima. È colpa di MBG?”), Matt Cutts ha risposto:

Quando interveniamo su una rete di spammy link, questo include i blog ospitati, i post e tutti i siti che beneficiano di quei link“.

La penalizzazione dimostra come sia ancora alta l’attenzione di Google nei confronti del guest blogging “scorretto”, per cui non è fondamentale la prova dell’acquisto di link, ma è sufficiente anche manifestare la sola intenzione di procurarsi link pro-SEO (attenzione che punire le intenzioni è peggio che punire le opinioni): in secondo luogo dimostra anche come Google, sottolinea Barry Schwartz (Search Engine Land), non sia ancora del tutto pronto ad affrontare il problema per via algoritmica.

Il guest blogging continua infatti  a produrre risultati nei motori di ricerca e sarà dura per Google trovare un sistema automatico che permetta di separare il guest blogging viziato da eccessi SEO e ridurre al minimo i falsi positivi: nell’intermezzo pubblicitario a Matt Cutts tocca il compito più duro di creare buoni deterrenti.